5C per lunedì 3 aprile

Leggi questi casi di bioetica e per ciascuno di essi esprimi il tuo punto di vista argomentato (come avresti risolto il caso).

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9 pensieri riguardo “5C per lunedì 3 aprile

  1. 1) Reputo questo paragone efficace in quanto di forte impatto emotivo. Mi trova in accordo con l’opinione dell’autrice, sostengo la libertà di scelta da parte di una donna davanti a una decisione sul suo corpo.

    2) Come in qualsiasi ambito il sottilissimo confine tra buono e cattivo è molto difficile da definire con precisione anzi direi impossibile senza cadere in contraddizioni o comunque è impossibile essere esaustivi. Nel caso dell’eutanasia trovo forzata la sovrapposizione con la differenza tra “PASSIVA” e “ATTIVA”, ma allo stesso tempo potrei affermare la stessa cosa per qualsiasi altro criterio di valutazione. In ogni caso io personalmente nella maggior parte dei caso giudicherei la cosa più lecita seguire la volontà della persona interessata, qualora non sia possibile allora è nostro dovere fare tutto ciò che la tecnologia ci permette per salvaguardare la vita.

    3) Ritengo incoerente dire che l’aborto non sia un omicidio, ma allo stesso tempo, come in un caso di omicidio per autodifesa, ogni caso deve essere discusso ragionevolmente e in determinate circostanze concesso.

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  2. 1) Gianni non ha alcun dovere nei confronti di Enrico nel donargli sangue. Di conseguenza Gianni ha la possibilità di scegliere se smettere con le trasfusioni, che a parere mio non è sinonimo di uccisione, in quanto Enrico sarebbe morto in ogni altro caso (da considerare quindi come un atto di carità per un breve periodo), o semplicemente continuare con la donazione, dimostrando, sì, la sua magnanimità, ma limitando temporaneamente la potenzialità della sua vita.

    2) Questo caso, secondo me è molto ambiguo. Io agirei così: ovviamente se il marito uccide intenzionalmente la moglie (non malata) per il denaro, è chiaramente colpevole; altresì se il marito (che coincide con il medico) lascia morire la maglio per l’eredità (ma anche per evitare inutile sofferenze) è da considerarsi legale, sta poi al marito vedersela con la propria coscienza, considerando se l’atto che ha fatto è spinto dall’eredità o dall’amore verso la moglie.

    3) La risoluzione di questo problema sta semplicemente nello schierarsi, o meno, dalla parte che pensa che gli embrioni siano effettivamente esseri umani o no. Se quest’ultimi non fossero persone, la loro “uccisione” non rientrerebbe nemmeno nel campo etico, mentre se vengono considerati umani la faccenda si fa un po’ più articolata e bisognerebbe valutare diversi fattori che non c’entrano direttamente con l’embrione stesso, ma con l’ambiente in cui esse si sviluppa, ed eventualmente si sviluperebbe

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    1. Non hai sviluppato l’analogia tra il primo caso e le situazioni di potenziale interruzione di gravidanza.
      Non è chiaro quali fattori entrerebbero in gioco, nell’ultimo caso, qualora stabilissimo che gli embrioni sono persone umane.

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  3. 1) Reputo questo paragone efficace in quanto di forte impatto emotivo. Mi trova in accordo con l’opinione dell’autrice, sostengo la libertà di scelta da parte di una donna davanti a una decisione sul suo corpo.

    2) Come in qualsiasi ambito il sottilissimo confine tra buono e cattivo è molto difficile da definire con precisione anzi direi impossibile senza cadere in contraddizioni o comunque è impossibile essere esaustivi. Nel caso dell’eutanasia trovo forzata la sovrapposizione con la differenza tra “PASSIVA” e “ATTIVA”, ma allo stesso tempo potrei affermare la stessa cosa per qualsiasi altro criterio di valutazione. In ogni caso io personalmente nella maggior parte dei caso giudicherei la cosa più lecita seguire la volontà della persona interessata, qualora non sia possibile allora è nostro dovere fare tutto ciò che la tecnologia ci permette per salvaguardare la vita.

    3) Ritengo incoerente dire che l’aborto non sia un omicidio, ma allo stesso tempo, come in un caso di omicidio per autodifesa, ogni caso deve essere discusso ragionevolmente e in determinate circostanze concesso.

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  4. Beltrame Giacomo
    Secondo me il paragone del primo esempio è sbagliato in quanto tra madre e figlio c’è un legame molto stretto mentre Giovanni e Enrico non si conoscono, quindi l’argomentazione di J.J. Thomson non è valida, sarebbe comunque vergognoso lasciar morire una persona o negargli la vita per motivi egoistici quando la si può salvare o far nascere.

    Le differenze tra la situazione 1 e la situazione 2 del secondo esempio sono: che il marito, a differenza del medico, non ha a cuore il bene della moglie/paziente ma solo il suo denaro e che la paziente con o senza cure morirà di li a poco mentre la moglie no. Nella situazione 2bis non è specificato se la moglie/paziente morirà o meno ma se anche dovesse morire il marito/medico non interrompe la cura per il suo bene ma per ereditare il denaro. Quindi l’eutanasia per essere “buona” deve essere praticata con l’intento di fare il bene del paziente, nel caso in cui il paziente dovesse cambiare idea ma non fosse in grado di esprimerlo non sarebbe un problema del medico ma del paziente che non ci ha ragionato sopra abbastanza.

    Nel terzo esempio è vero che in un preciso stadio del suo sviluppo un umano è in grado di separarsi in due , ed è anche vero che un embrione è una persona in potenza perchè crescendo si trasformerà in essa e in null’altro, quindi il quesito potrebbe essere formulato anche in questo modo: “A che età un essere umano può essere ucciso senza che venga considerato un omicidio perchè il suo valore non è abbastanza alto?”, quindi per poter dare una risposta diversa dal “mai” bisognerebbe volere ed essere in grado di dare un valore quantitativo ad una vita e secondo me nessuno ne è in grado.

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    1. Sulla risposta 2: se dobbiamo giudicare la liceità o meno dell’azione del medico/marito sotto il profilo bioetico dovremmo, forse, prescindere dalle intenzioni, inconoscibili, che la motivano e trovare criteri per valutarla più oggettivi (come il bene della persona malata), non credi?
      Sulla risposta 3: il fatto di rifiutarci di dare un “valore quantitativo” a un essere umano non ci esime, a volte, dal dover prendere decisioni delicate che presuppongono che abbiamo assegnato tale valore (cfr. il caso dei due soldati feriti, dei quali posso salvare uno solo).

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  5. 1 – Innanzitutto secondo me va premesso che non è etico che qualcuno venga messo nella situazione di Gianni. Comunque, nel caso questo accadesse, esso per uscirne credo dovrebbe pensare, a prescindere dalla situazione di trasfusione forzata in cui si trova, se spontaneamente donerebbe o no il sangue ad un’altra persona. Immagino vada posto come base il concetto che valore di una vita umana è in generale uguale a prescindere dalla persona in particolare, ma dal punto di vista della persona “in particolare” è logico che l’istinto di sopravvivenza sia quello che prevale, così come è sempre stato dall’inizio della storia della vita. Il paragone con la gravidanza non credo sia molto azzeccato perchè la potenziale vita che cresce nella donna è da lei generata, quindi parte di lei (e si suppone da lei voluta) e non una condizione di “trasfusione forzata”. Tuttavia credo che una donna debba avere il diritto in qualsiasi momento di interrompere la gravidanza, visto che i mezzi della modernità lo consentono.

    2 – Nel momento in cui il medico lascia morire la moglie della quale erediterà il denaro, l’unico modo per giudicarne l’azione è capire quali sono state le sue motivazioni. Nessuno, secondo me, merita o desidera soffrire, per cui se le condizioni di un essere umano sono assolutamente irreversibili è giusto che la sua sofferenza venga placata dalla morte naturale che ne conseguirebbe. Quindi se il medico avesse lasciato morire la moglie prima di tutto per interromperne la sofferenza allora il suo gesto potrebbe anche essere non giudicato un omicidio, altrimenti la questione sarebbe più complicata. Comunque, anche se il tale avesse desiderato che la moglie morisse per ragioni di eredità e dovesse rimanere impunito, il peso che dovrebbe portare sulla coscienza, non potendo essere lui stesso immune dalla verità del suo intento, sarebbe insostenibile, tanto da consistere esso stesso nella peggiore delle pene. (Questo nella buona fede delle persone e del loro senso comune – ipotetico).

    3 – Non comprendo bene l’impostazione della discussione, sull’embrione che si divide in due embrioni. Io considererei una “persona” un essere umano dal momento in cui esso presenta la morfologia che gli permette la vita autonoma, esprime i suoi bisogni ed è parte del mondo. Perchè è solo così che noi abbiamo esperienza degli esseri umani e non possiamo pretendere di sapere del prima o del dopo. E’ chiaro che più si avvicina il momento della nascita e più ci si immagina e si percepisce un essere umano più “persona”, ma finchè esso è parte di un altro corpo non può essere considerato la stessa entità che rappresenta la “persona”. Io credo che ogni donna debba avere il diritto di decidere per se stessa e la sua gravidanza, e nel momento in cui dovesse decidere di interromperla è dovere di uno stato civile permetterle di farlo, senza dovere andare in ospedali stranieri.
    (E’ paradossale che la questione venga sostenuta dalla Chiesa – istituzione assolutamente maschile – quando è solo la donna nel momento in cui è incinta che può sperimentare un dilemma etico così drammatico)

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    1. Ci sarebbero molte cose da discutere, anche se le tue risposte sono senz’altro interessanti e discretamente argomentate.
      1) Gli “istinti” non sono necessariamente giustificazioni, non credi?
      2) Non sarei così certo che il medico omicida per interesse poi sia una persona che proverà rimorso per ciò che ha fatto (e comunque la valutazione va data dall’esterno, ossia sul piano etico-giuridico, con riguardo alla liceità o meno del suo atto omocidiale)
      3) Se definiamo la persona umana sulla base dell’individuo “in atto” (come avrebbe detto Aristotele) e, quindi, non consideriamo umani gli embrioni, potremmo non considerare umane neanche le persone in coma irreversibile, del tutto prive di coscienza (tipica facoltà umana), e ucciderle senza commettere omicidio

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