1° MODULO: Introduzione alla filosofia

Che cos’è la filosofia?

  • Che cos’è la filosofia?

Per rispondere a questa domanda dovrei insegnartela.

  • E non può?

Certo, ma questo punto per te sarebbe troppo tardi per decidere di non impararla!

  • Perché?

Il presupposto dell’insegnamento è che chi impara non sappia ancora ciò che deve imparare, altrimenti non avrebbe bisogno di farlo. Si può dare un’idea della cosa, naturalmente, ma si rischia comunque di ingannare.

E come ne usciamo?

Forse solo facendo filosofia, a poco a poco, puoi comprendere di che cosa si trattia la filosofia non è lo studio del pensiero dei filosofi del passato?

Si può dire che nell’ora di filosofia ci dedicheremo prevalentemente allo studio del pensiero dei filosofi del passato. Ma la filosofia non può coincidere con lo studio del pensiero dei filosofi del passato.

  • Perché no?

Il filosofo è colui che fa filosofia, giusto?

  • Direi di sì

Allora, se la filosofia coincidesse con lo studio del pensiero dei filosofi, un filosofo, in quanto fa filosofia, sarebbe qualcuno che studia il pensiero di un altro filosofo, giusto?

  • Così risulterebbe…

Ma, a sua volta, l’altro filosofo, in quanto filosofo, è qualcuno che studia il pensiero di un altro filosofo, no?

  • Temo di sapere dove vuole andare a parare…

Il filosofo sarebbe qualcuno che studia il pensiero di qualcuno che studia il pensiero di qualcuno che studia il pensiero di qualcuno che studia il pensiero di qualcuno che studia il pensiero di qualcuno che studia il pensiero di qualcuno che studia il pensiero di qualcuno e così via all’infinito.

  • Ma non ci sarebbe nessun pensiero da studiare!

Precisamente. Evidentemente lo studio del pensiero dei filosofi del passato è storia della filosofia.

  • Forse, allora, noi faremo questo, storia della filosofia?

Ma la disciplina scolastica (la cosiddetta “materia”) si chiama Filosofia, non Storia della Filosofia.

  • Ma le indicazioni nazionali del  Ministero dell’Istruzione ci chiedono di studiare il pensiero dei filosofi del passato…

Vero. Dovremo, dunque, anche occuparci di storia della filosofia, ossia studiare il pensiero dei filosofi del passato, ma, dovendo imparare a filosofare nel presente, lo faremo per farne modelli o esempi per esercitare noi stessi la filosofia.

  • E come?

Possiamo ricorrere alla metafora del gioco degli scacchi. Chi impara a giocare a scacchi, dopo avere studiato come si muovo i pezzi e le principali aperture, inizia ad applicare queste istruzioni giocando. Ma le sue prestazioni saranno ancora scadenti, almeno finché non comincerà a studiare strategia. Ora, il modo migliore di imparare le strategie è studiare celebri partite del passato, giocate dai più celebri scacchisti. Analogamente i filosofi del passato ci aiutano, col loro esempio, non a pensare (perché lo facciamo tutti) e neppure a filosofare (perché sappiamo fare anche questo, fin da bambini, quando ci chiedevamo il “perché” delle cose, anche se poi la scuola  potrebbe avere mortificato questa innata curiosità), ma a migliorare le nostre prestazioni filosofiche.

  • Dunque diventeremo tutti filosofi?

Non bisogna illudersi. La disciplina scolastica che va sotto il nome di Filosofia aiuta a diventare (più) filosofi, ma fino a un certo punto. In gran parte ci dedicheremo a leggere “il libretto di istruzioni”  piuttosto che a giocare (per giocare c’è tempo tutta la vita). Inoltre, a scuola possiamo esercitarci solo a pensare e ad esprimere, oralmente e per iscritto, i nostri pensieri. Quello che non possiamo fare è vivere secondo quello che pensiamo (e venire anche giudicati/valutati per la coerenza o l’incoerenza tra quello che pensiamo e quello che viviamo), come avveniva nelle antiche scuole filosofiche (paragonabili agli odierni monasteri). La filosofia antica, invece, non era solo un modo di pensare, ma un vero e proprio modo di vivere.

Necessità della filosofia

  • Ma fare filosofia, in ultima analisi, a che serve?

Consideriamo il caso di qualcuno – chiamiamolo Ermanno – che pensa di venire a scuola e di studiare non per fare filosofia, ma solo per ottenere un diploma, che questo gli serva solo per trovare lavoro, che lavorare gli serva solo per guadagnare denaro e che il denaro gli serva per trarre il massimo piacere della vita. Bene, implicitamente costui ha fatto proprio quella filosofia che non ama e che non vorrebbe fare. Certo, non si tratta di filosofia “piena”, ma solo di un inizio. Filosofare non è, infatti, limitarsi ad avere questa o quella opinione etica (sul bene proprio e altrui), ma ricercare se sia giusta senza mai accontentarsi di risposte provvisorie. Tuttavia è probabile che anche chi non ci aveva mai pensato prima, interrogato sul perché ha certe aspirazioni piuttosto che altre, saprebbe spiegarlo. Dunque ha sviluppato una propria “filosofia di vita”, come si dice. Questo non esclude, naturalmente, che, una volta approfondito il proprio punto di vista, grazie alla filosofia esplicitata (attraverso un dialogo, ad esempio), chi pensava che per lui fosse meglio fare una certa cosa non possa ricredersi o pentirsi, scoprendo, ad esempio, che la sua visione del bene è contraddittoria (“non sta in piedi”).

Ecco perché Aristotele, il più grande filosofo greco con Platone, può affermare:

 

da Aristotele, Protrettico

Si deve filosofare o non si deve: ma per decidere di non filosofare è pur sempre necessario filosofare: dunque in ogni caso filosofare è necessario
  • Perché secondo Aristotele filosofare è necessario? Da che punto di vista può sostenere una cosa simile?

Letteralmente Aristotele argomenta che anche per decidere di non fare filosofia bisogna farla.

Se ci pensiamo bene, anche chi non pensa di decidere qualcosa del genere, ma si limita a fare “meccanicamente” quello che gli sembra meglio (obbedire agli ordini dei superiori in guerra, come fa un soldato, seguire le indicazioni dei propri genitori, rispettare un contratto di lavoro per dare da mangiare alla propria famiglia ecc.), in quanto è un essere umano piuttosto che una macchina, deve sempre di nuovo “decidere” che questo è meglio per lui. Ora nessuna “scienza” è in grado di dargli la risposta che chiede. La sua domanda (circa il “bene”) è filosofica come la risposta, magari provvisoria, che si dà (implicita nella scelta che effettua).

  • Dunque tutti noi “filosofiamo” anche se non vogliamo farlo?

Sì.

  • Ma a volte agiamo per abitudine, sia che si tratti di un vizio contratto (come quello di fumare), sia che si tratti una virtù – ossia un’inclinazione ad agire bene, spontaneamente, senza più sforzo, inclinazione che può essere solo il risultato di un lungo esercizio –…

Anche in questo caso, quando, cioè, “naturalmente”, senza pensieri, per abitudine, prima (come è stato osservato in classe) dobbiamo avere voluto, dunque deciso, pensato di cedere a quel vizio o esercitarci in quella virtù.

Quello che Aristotele asserisce, nel Protrettico, cioè che la filosofia è necessaria, può essere inteso poi, estensivamente così: quando dobbiamo prendere una decisione, dal momento che non siamo “macchine”, non possiamo prescindere da quello che pensiamo della realtà, dal valore che attribuiamo alle cose, insomma da una nostra “filosofia”, magari implicita, “inconscia”, come nel caso in cui agiamo per istinto o mossi da emozioni, passioni ecc.

In generale, ogni azione e ogni emozione presuppongono uno o più “giudizi impliciti” sulla realtà. Per esempio, quando ci si arrabbia si ritiene (anche se non ce ne si accorge) che qualcuno abbia commesso un torto contro di noi, quindi si presuppone una certa idea di che cosa sia giusto, della nostra dignità ecc., insomma una “filosofia”.

  • Ma spesso si agisce per istinto contro quello che la ragione dice!

Certo, ma anche l’istinto (per esempio quello che potrebbe indurre un uomo a tradire la propria moglie) potrebbe venire interpretato come il risultato di un “giudizio” (ad esempio: “è bene fare quello che piace e non quello che la società si attende da noi”). Nulla vieta che questo giudizio, dato da una “parte” della nostra anima (Platone la chiama “anima desiderante”), contraddicaquello dato da un’altra “parte” dell’anima, quella che segue la ragione o, semplicemente, la legge.

  • Ma non si fa esperienza di alcun “giudizio”, ma solo di desideri ed emozioni!

Vero. La “filosofia implicita” in questi desideri potrebbe essere quella ricostruita a posteriori dopo che le azioni sono state compiute o le emozioni provate.

E che nome assume la filosofia in quanto ricerca di ciò che è meglio per noi?

  • Poiché si tratta dell’agire si chiama filosofia morale (alla latina, da mos: costume, nel senso di modo di agire) o semplicemente etica (da éthos: costume e anche carattere).
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