L’intellettualismo etico

atenaSocrate, come, in un certo senso, tutta la filosofia (antica), sostiene il cosiddetto intellettualismo etico, ossia la concezione secondo la quale se so ciò che è bene non posso non farlo  (e, più in generale, se faccio qualcosa è perché credo, anche sbagliandomi, che sia bene, altrimenti non lo farei).

  • LP17, § 7

L’Ippia minore e l’Alcibiade minore (come abbiamo letto) mostrano bene questa dottrina. Se uno agisce male, agisce così per ignoranza (del bene) e non perché malvagio (quanto alla volontà). Non è, cioè, possibile essere simultaneamente intelligenti (fino in fondo) e malvagi, ma solo astuti e stupidi.

Consideriamo il caso dell’omicida. Costui uccide volontariamente, supponiamo per rapinare. Sicuramente sa quello che fa (ne ha scienza), sa uccidere. Ma gli manca la scienza del bene e sbaglia riguardo all’ipotesi che ciò che fa sia buono (sia un bene). Crede che lo sia, altrimenti non lo farebbe. Ma, almeno se abbiamo ragione a pensare che quello che fa sia male, non possiamo dire che sappia ciò che è bene fare. Può essere molto astuto, ma gli manca l’intelligenza del bene. Può sapere molte cose, può perfino essere quasi onnisciente (possedere tutte le scienze, tranne, ovviamente, la scienza del bene), ma questo non garantisce che sia intelligente o saggio, ossia che comprenda ciò che è bene fare.

Il filosofo Eraclito, vissuto prima di Socrate, tra VI e V sec. a.C., ci ha lasciato al riguardo il seguente significativo frammento (che può mettere in guardia i potenziali “secchioni” di tutti i tempi…):

Sapere molte cose non insegna l’intelligenza

E quando si cede a una tentazione (o si commette un peccato ecc.)?

paolo
San Paolo

Nella visione del cristianesimo, di cui siamo tutti più o meno eredi, indipendentemente dal fatto di essere o meno credenti, a differenza che per Socrate e per i Greci, possiamo agire contro quello che sappiamo essere bene (commettendo, così, un peccato). La tentazione del peccato (da cui invochiamo di essere lasciati liberi, ad esempio nella preghiera Padre Nostro) presuppone appunto che a volte non facciamo ciò che vogliamo (come si esprime nel Nuovo Testamento San Paolo in una delle sue Lettere).

[Alcuni studenti, per esempio, commentando i testi che abbiamo letto, tratti dall’Ippia minore e dall’Alcibiade minore, pur trovando che i due testi siano tra loro coerenti (Socrate vi ribadisce l’importanza della scienza del bene), non ne condividono la tesi di fondo. Secondo costoro anche se “so” che cosa sarebbe bene fare questo potrebbe non bastare a farmelo fare, se manca un “atteggiamento” adeguato (altri direbbe: un istinto, una volontà ecc.).]

Anche nel mondo greco alcuni hanno obiettato ai filosofi (e, in particolare, a Socrate) che spesso si segue una via diversa da quella che si sa (o si crede di sapere) migliore. Celebre la frase di Medea (nell’omonima tragedia di Euripide, ripresa in un passo dal poeta latino Ovidio): Video meliora proboque, deteriora sequor (cioè: “Vedo le cose migliori e la approvo, ma seguo le peggiori”), pronunciata poco prima di uccidere i suoi stessi figli per vendicarsi di Giasone da cui li aveva avuti e che l’aveva abbandonata.

Secondo Platone, tuttavia, discepolo diretto di Socrate (che difende l’intellettualismo etico del suo maestro), ciò che accade in casi come quello di Medea è che una “parte di noi”(più confusa) non è d’accordo con la parte “razionale” che crede (o sa) che quella certa azione è sbagliata. Per questa parte irrazionale di noi, che si esprime in una caratteristica passione (gelosia, ira, desiderio ecc.), è bene fare proprio quello che razionalmente sappiamo (o crediamo di sapere) essere male. Ad esempio, chi, come Medea, è animato da rabbia o desiderio di vendetta, sente che è bene commettere gesti che, da un altro punto di vista, lui stesso giudica sbagliati. Ma, se una persona fosse profondamente convinta che una certa azione fosse sbagliata, non la potrebbe in nessun modo compiere. Se la compie, è per qualche “ragione”, e questa “ragione” contiene in sé implicitamente l’opinione che tale azione sia la migliore che in quel momento si possa compiere. Ciò si può anche esprimere dicendo: non puoi veramente dire che sai che una cosa è malvagia, se cedi alla tentazione di compierla. Al massimo credi di saperlo (con una parte di te, mentre un’altra parte, quella che ti porta a compierla, crede l’opposto).  Se sapessi veramente che la cosa è sbagliata, non la compiresti.
aurigaPlatone. nel Fedro, distingue a questo riguardo tre parti dell’anima (paragonata a una carro): l’anima razionale (l’auriga o cocchiere), l’anima irascibile (soggetta all’ira, il cavallo bianco) e l’anima concupiscibile (soggetta al desiderio, il cavallo nero).

  • LP29, §§ 4-5

Egli perviene all’ipotesi che la nostra anima sia divisibile in parti, in potenziale conflitto reciproco, a partire dalla seguente considerazione:

La stessa cosa non sarà mai in grado di fare o di patire insieme cose contrarie, nella stessa sua parte e nello stesso rapporto.

Dunque se amo e odio una stessa persona, ad esempio, come spesso accade, per evitare di ammettere un sentimento così contraddittorio (sarebbe come dire “amo e non amo la stessa persona” o “voglio e non voglio il bene di questa persona”: una delle due cose deve essere vera e l’altra falsa), si può solo supporre che “una parte” di me (cioè della mia anima) ami e un’altra odi la stessa persona. Ma ci sarà modo di approfondire questo mistero…

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