Fede e ragione nei secoli

Le diverse possibili interpretazioni (letterale, allegorica ecc.) delle Sacre Scritture dipendono anche dal modo in cui si intende, in generale, il rapporto tra fede e ragione, questione di rilevanza capitale, fino ai giorni nostri, per intendere il rapporto tra religione e filosofia.

Inizialmente, soprattutto nel mondo greco, i “cristiani” erano considerati una specie di setta filosofica p.e. dal poeta satirico Luciano (“quelli della via”, come li chiama gli Atti degli apostoli, 9, 2), non diversa da quella degli epicurei, degli stoici ecc. Come sappiamo, infatti, anche le sette filosofiche, a cominciare da quella pitagorica, erano contraddistinte da una dimensione “pratica” di tipo religioso, da esercizi quotidiani ecc. Cristo, sotto questo profilo, non appariva diverso da Socrate, Epicuro, Zenone, Pitagora: un antico maestro, divinizzato dai discepoli.

Dopo la fissazione del cristianesimo come religione di Stato e le definizioni dogmatiche di Nicea e Costantinopoli (IV sec.) comincia a porsi, soprattutto in Occidente (presso i padri di lingua latina), la questione del rapporto tra la nuova fede e la “ragione”, intesa soprattutto come ragione filosofica.

Anche sotto questo profilo un modello è rappresentato da Agostino.

  • 1LP68, § 7

Come sappiamo, Agostino aveva tentato invano di trovare “salvezza” nella filosofia, ma, come gli scettici, aveva sperimentato i limiti della ragione. Tuttavia, a differenza dei neoplatonici, che pure fino a un certo punto segue, pensa che i limiti della ragione possano essere superati non tanto da atti soggettivi di “intelligenza”, quanto dalla fede (in Gesù Cristo e nelle Scritture che ne recano testimonianza).

La fede, tuttavia, non si priva della ragione, ma si nutre di essa, come la ragione della fede (credo ut intelligam, intelligo ut credam). In che modo?

Poiché (per i limiti della ragione) non c’è modo di sapere prima quale tra le diverse ipotesi di “vita buona” sia la migliore, bisogna necessariamente affidarsi alla fede in una di esse. Tuttavia, la fede va via via approfondita razionalmente, mettendo a coerenza i suoi diversi articoii (p.e. adottando il metodo allegorico nel caso che ci si imbatta in contraddizioni apparenti nella rivelazione). La ragione, quindi, purifica e spiritualizza la fede, mentre la fede riesce in ciò in cui la ragione fallisce. Le due “facoltà” si implicano reciprocamente e si compenetrano.

L’armonia tra fede e ragione (che in un certo senso Agostino eredita dai Padri greci) viene rotta nel Medioevo.

Già Tertulliano, prima di Agostino, aveva affermato: “Credo quia absurdum” (credo perché è assurdo).

  • 1LP65, § 3

TertullianoTale approccio è ripreso nel XI sec. da Pier Damiani e dai cosiddetti antidialettici. La loro tesi di fondo è questa: “Che merito si avrebbe a credere se quello che si crede fosse verosimile, plausibile, ovvio?”Pier Damiani Verrebbe cancellato il valore dei miracoli. Chi ha fede è come un innamorato che, letteralmente, “non sente ragioni” e
segue quello che gli detta il cuore.

  • LP72, § 1, § 3

Abelardo ed EloisaA tale posizione si contrappongono i dialettici, come Pietro Abelardo (celebre anche per la sua infelice storia d’amore con Eloisa), che, con una certa ironia di tipo socratico, replicano più o meno: “D’accordo, affidiamoci ciecamente all’autorità! Già, ma quale? Per decidere a quale autorità credere devo comunque esercitare la ragione, riflettere ecc.”.

  • LP75, §§ 4-5

(San) Tommaso (XIII sec.) costituisce forse il punto più complesso nellaTommaso storia della questione fede/ragione (e anche la prospettiva attualmente sostenuta “ufficialmente” dalla Chiesa cattolica, mentre la posizione di Agostino è cara anche ai protestanti e quella dei Padri greci agli ortodossi). Ragione e fede non si possono contraddire, ma la fede “supera” la ragione nel senso che si possono credere cose che la ragione non può dimostrare (ma ammette come possibili). Ad esempio si può dimostrare (per assurdo) che Dio esiste (deve esistere una causa prima non causata da altro, altrimenti si cadrebbe in un regresso all’infinito: questa dimostrazione risale ad Aristotele, come molte dottrine di Tommaso); ma non si può dimostrare che Dio è Uno e Trino e che il Figlio di Dio si sia incarnato. Tuttavia, questo “articolo di fede” non è contro ragione, ma solo sopra la ragione. Una caratteristica dottrina di Tommaso è la seguente: molte delle cose sostenute da Cristo e, in generale, dalla Chiesa sono ragionevoli e potrebbero essere credute come si crede alla dottrina di qualche filosofo; ora, se una persona generalmente autorevole e credibile afferma cose che, viceversa, appaiono piuttosto strane (come diversi “misteri della fede”), anche queste cose possono essere credute non perché siano in se stesse verosimili, ma perché è autorevole e credibile chi le sostiene. L’importante è che non siano cose contraddittorie o completamente assurde. La ragione le può approfondire (come già diceva Agostino) sforzandosi di intenderle e interpretarle in modo coerente (ad esempio valendosi dell’allegoresi).

  • 1LP79
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