Razionalismo ed empirismo

La filosofia moderna non si dibatte solo tra sostenitori del libero arbitrio (Cartesio, Pascal e Leibniz, con argomenti tra loro molto diversi) e avversari di tale dottrina (Spinoza e Hobbes), ma anche tra razionalisti (quali sono pressoché tutti questi autori) ed empiristi.

  • Ambiti filosofici, p. 526: Gnoseologia, § 1 Ragione ed esperienza; p. 533: Filosofia della scienza, § 3 Conoscenza a priori, esperienza e ipotesi nella fisica moderna

I razionalisti ritengono che solo quelle che Galileo chiamava “matematiche dimostrazioni” producano “scienza” (sapere, conoscenza), perché le “sensate esperienze”, essendo basate sui sensi, possono ingannare. Inoltre, per quante volte si assista una determinato fenomeno non si può essere sicuri che ad esso corrisponda veramente una legge universale (potrebbero sempre darsi eccezioni non ancora verificatisi). In altre parole, il procedimento induttivo, che consiste nell’inferire l’universale dal particolare per generalizzazione, è soggetto all’errore, come sapevano perfettamente già i filosofi greci (specialmente gli scettici, ma anche i platonici).

Cartesio, ad esempio, campione del moderno razionalismo, superato il dubbio iperbolico (che riguarda l’esercizio della ragione matematica) grazie al “cogito” e alla dimostrazione dell’esistenza di Dio, viene facilmente a capo del tradizionale dubbio metodico (che riguarda l’uso dei sensi). Secondo Cartesio solo ciò che, applicando il suo famoso “metodo”, dopo le dovute “analisi” del problema, appare evidente alla ragione merita di essere creduto (p.e. il principio di inerzia, che non si potrebbe giammai ricavare empiricamente, per osservazione, perché dovremmo disporre di un tempo infinito, di uno spazio infinito, di una superficie priva di attrito e di un canale privo di resistenze).

Dal canto suo anche Leibniz, distinguendo verità di ragione e verità di fatto, finisce per considerare anche queste ultime comprensibili solo da parte di chi fosse in grado di coglierne, di volta in volta, la ragion sufficiente. In ultima analisi solo la ragione sarebbe fonte di conoscenza.

In Inghilterra, invece, fin dal Medioevo (con figure quali Ruggero Bacone e Guglielmo d’Ockham, a cui è ispirata la figura di Guglielmo da Baskerville, il protagonista del Nome della rosa di Umberto Eco) si sviluppa una corrente che insiste sull’importanza, in campo scientifico, di osservazioni ed esperimenti. Ancora Francesco Bacone agli inizi del Seicento celebra l’importanza dell’esperimento e dell’induzione. John Locke, nella seconda metà del secolo, pur facendo propria la distinzione di Galileo e Cartesio tra qualità primarie (corrispondenti alle grandezze fisico-matematiche dei corpi) e qualità secondarie (quella soggettive, come colori, suoni ecc.), ritiene che le prime si ricavino per esperienza per generalizzazione di casi particolari. Lo stesso Newton, come sappiamo, considera la legge di gravitazione che perviene a formulare come “valida fino a prova (sottinteso: empirica) contraria”; inoltre, come pure sappiamo, si rifiuta di formulare ipotesi sulle cause della gravitazione (in termini leibnizioni: non ritiene possibile comprendere la ragion sufficiente del fenomeno). Infine, David Hume, di cui approfondiremo il pensiero, porta alle estreme conseguenze questo approccio: egli mette in luce, da un lato, come gli altri empiristi, i limiti della ragione, ma riconosce anche, come gli antichi scettici, i limiti dell’induzione e dell’esperienza (empirismo scettico).

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