La fondazione filosofica del romanticismo in Schelling

Schelling eredita da Fichte (suo maestro) la fondamentale concezione idealistica (ossia l’abolizione della cosa in sé) e dall’ultimo Kant l’idea di una Natura animata che persegue scopi propri. Essendo stata abolita la cosa in sé, però, nella prospettiva idealistica di Schelling, questa Natura non si limita ad apparire animata, ma lo è effettivamente. Si tratta dello stesso Spirito (il soggetto o Io universale), ma ancora inconscio. L’uomo non è altro che la coscienza dell’universo stesso. L’universo viene a  coscienza di sé attraverso l’uomo (mentre sognava ancora con gli animali e dormiva con le piante, secondo un’antica concezione indiana).


Questo considerazioni inducono Schelling a correggere il soggettivismo idealistico a favore di una concezione dell’Assoluto come indifferenza di soggetto e oggetto, o di spirito e natura. Spirito e Natura, anima e corpo ecc. sarebbero i due poli, le due facce dello stesso Assoluto. Questa duplicità si troverebbe ad ogni grado della manifestazione dell’Assoluto (polo positivo / polo negativo, luce – gravità ecc.).

Perché Schelling si risolve a correggere come precede l’idealismo di Fichte? Consideriamo che nello stesso Fichte la Natura è bensì frutto dell'”immaginazione produttiva” dell’Io, ma tale “produzione” avviene inconsciamente, come dimostra il fatto che non ce ne accorgiamo (mentre ci accorgiamo perfettamente di volere consapevolmente questo o quello e di scegliere di agire di conseguenza). Come fare a sostenere, dunque, sensatamente che “chi” pone il “Non-Io” fuori di sé sia un “Io” se questo “chi” non sa quello che fa? Non è proprio della “coscienza” o “io” il fatto di essere consapevole di ciò che fa? Meglio considerare tale “fonte” di ogni cosa alcunché di Assoluto o indifferenziato, da cui scaturiscono tanto l’Io come coscienza che abbiamo di noi stessi e del mondo, quanto il Non-Io (la Natura fuori di noi). Rimane, tuttavia, fermo il postulato idealistico che tanto noi stessi quanto la natura che ci appare esterna coincidiamo in ultima analisi con l’Assoluto, sia pure inconsapevolmente, perché la “cosa in sé” fuori di noi rimane un miraggio.

In ultima analisi la Natura non è che Spirito (ancora) inconscio, mentre lo Spirito è Natura conscia (risvegliatasi alla coscienza di sé, attraverso l’uomo). Ma questo significa solo una cosa: che noi e la natura siamo “uno”, siamo la stessa cosa, sotto prospettive diverse, ciascuna della quali “rispecchia” in un certo senso l’altra. Ecco perché, romanticamente, se sono triste piove, se sono disperato tuona e lampeggia, se sono felice brilla il Sole.

L’Assoluto, allora, si manifesterebbe non tanto nell’agire morale, come per Fichte, o nella conoscenza scientifica, che ne esalterebbero solo il lato soggettivo, spirituale, ma (e in questo Schelling si rivela un campione del romanticismo filosofico) nella sintesi di Spirito e Natura costituita dall’opera d’arte.

L’arte, organo della filosofia, è soggettiva in quanto opera dell’uomo che agisce consciamente, ma è oggettiva in quanto l’azione umana vi trova resistenza nella materia che deve plasmare; d’altra parte in quanto l’uomo segue regole precise (come avveniva in modo esclusivo nell’arte classica o imitativa) essa manifesta una forma di oggettività che esclude la “mano” del singolo artista, ma in quanto l’artista è un genio essa contiene componenti soggettive. Queste ultime, tuttavia, sfuggono allo stesso artefice e agiscono in modo inconscio, naturale, dunque oggettivo, mentre l’osservanza delle regole è consapevole, dunque spirituale, soggettiva…. In ultima analisi nell’opera d’arte del genio (pensare a un sinfonia di Beethoven o una quadro di Turner) Spirito e Natura si compenetrano così perfettamente che, qualunque sia il soggetto rappresentato dall’opera, essa è un simbolo dell’Assoluto, più adeguato di qualsiasi teorema matematico o teoria filosofica.

  • LP94, LP95, §§ 1-5
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