Dal Gesù storico al Cristo della fede

jesusI tratti originari del cristianesimo, che si può tentare di distinguere in modo ipotetico mediante l’approccio storico-critico, sono di carattere storico e si riferiscono all’effettiva predicazione di Gesù di Nazareth (questione del “Gesù storico”). Tali tratti vanno distinti, in base a determinati criteri, da ciò che viene attribuito a Gesù dalla Chiesa successiva (in quanto messia, “figlio dell’uomo”, figlio di Dio, Dio egli stesso).

In generale gli elementi “storici” del cristianesimo (l’esistenza di Gesù, il fatto che fosse discepolo di Giovanni Battista, che sia morto crocifisso ecc.) non hanno particolare rilevanza filosofica.

Cfr. I {libro di terza) LP64, §§ 4-5; Fp325

Problemi di tipo filosofico pongono, tuttavia, l’interpretazione di questi fatti e la credenza in altri fatti “misteriosi” che si crede di poter associare a questi (come i miracoli, la resurrezione, la nascita da vergine, la generazione da Dio, la natura divina ecc.). Si tratta di elementi via via sono sopravvenuti di carattere “teologico”, legati alla diffusione del cristianesimo nel mondo greco-romano (ad opera soprattutto di San Paolo). Essi riflettono le credenze delle prime comunità cristiane e sono sempre più contraddistinti da concetti di tipo filosofico (questione del “Cristo della fede”). Presso i Greci, ad esempio, non  suscitava particolare scandalo l’apoteosi (cioè la divinizzazione) di uomo, mentre ne suscitava la resurrezione dei corpi dei morti.

Cfr. I, LP64, § 6; Cp327.

Ad esempio, la ricerca storico-critica, se seguiamo, per esempio, gli studi di Bart Ehrman, suggerisce che Gesù fosse un profeta “apocalittico”, annunciasse il prossimo avvento del regno di Dio (che sarebbe arrivato mentre alcuni dei suoi contemporanei erano ancora vivi!) e di un redentore “figlio dell’uomo” (probabilmente originariamente distinto da lui stesso), invitasse alla conversione, ma in nessun modo pensasse di essere Dio e neppure Figlio di Dio in modo speciale. Solo successivamente, e per gradi, si sarebbe arrivati a pensare a Gesù come Figlio di Dio e come Dio egli stesso (come è ormai riconosciuto nel Vangelo di Giovanni, ma non così chiaramente negli altri Vangeli, detti sinottici).

Scrive Ehrman:

Prendiamo per esempio il titolo di "Figlio di Dio": in termini generali, esso fa riferimento al particolare status di Gesù, un'identità che lo avvicina a Dio. Ma la questione è: quando Gesù ha ricevuto questo status particolare? Alcuni gruppi, all'inizio, credevano che lo avesse ricevuto al momento della resurrezione, quando fu "generato" da Dio come suo figlio. Questa credenza si riflette, ad esempio, nelle antiche tradizioni preservati in At 13, 33 e Rm 1, 3-4 [cioè negli Atti degli Apostoli e nella Lettera ai Romani di San Paolo]. Altri, forse qualche tempo dopo, iniziarono a credere che Gesù doveva essere stato un figlio particolare di Dio non solo da risorto, ma già nel corso della sua missione nel mondo. Per costoro, Gesù era diventato Figlio di Dio al momento del suo battesimo, quando una voce dal cielo aveva proclamato: "Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato", come recito il testo presente in alcuni manoscritti di Luca e come credevano alcuni gruppi giudeo-cristiani. Altri iniziarono a credere che Gesù doveva essere stato Figlio di Dio non solo durante il suo ministero pubblico, ma nell'intero corso della sua vita: in alcuni Vangeli più tardi [cioè Matteo e Luca, ma non Marco!], ci sono indicazioni sul fatto che Gesù non avesse un padre terreno (cfr., per esempio, Lc 1, 35). Altri ancora giunsero a credere che Gesù doveva essere stato il Figlio di Dio, non semplicemente dalla sua nascita, ma da sempre. Già alla fine del I secolo, alcuni gruppi di credenti andavano proclamando che Gesù era in sé divino, che esisteva prima della sua nascita, che aveva creato il mondo e tutto ciò che contiene [cfr. il Prologo del Vangelo di Giovanni], e che era venuto sulla terra per compiere una missione in quanto Dio.
Bart Ehrman, Il nuovo testamento. Un'introduzione (2012), Roma, Carocci 2015 , pp. 249-50

Analogamente è molto probabile che il messaggio originario di Gesù alludesse sì a una resurrezione dei morti, ma questa avesse il significato che le assegnavano quanti, tra gli Ebrei, si erano convinti che questa resurrezione fosse necessaria, affinché i giusti ingiustamente morti o, perfino, uccisi (e non solo i giusti che fossero stati ancora vivi) potessero ricevere da Dio una giusta ricompensa in occasione dell’avvento del suo Regno. Questa resurrezione sarebbe stata, inoltre, una resurrezione dei corpi (come Gesù è risorto col suo corpo), secondo la visione ebraica per la quale l’uomo è essenzialmente il suo corpo. Solo successivamente la Chiesa avrebbe elaborato, su base platonica, la dottrina dell’immortalità dell’anima (sancita definitivamente solo nel IV Concilio Lateranense del 1215!).

Naturalmente nulla vieta ai credenti di mettere in discussione questa distinzione (puramente ipotetica, basata su alcuni criteri di tipo logico, ma indimostrabile in se stessa) tra il Gesù storico e il Cristo della fede e di assumere come autentiche e originarie tutte o quasi le dottrine che i Vangeli e i testi teologici successivi attribuiscono o riferiscono a Gesù. Il metodo storico critico è lo stesso che viene adottato nel ricostruire la storia di Alessandro Magno, di Giulio Cesare e di chiunque altro. Si considera storicamente attendibile ciò che è considerato più “probabile”. Si dubita delle ricostruzioni troppo favorevoli scritte dai seguaci di questi personaggi. Ma ciò non implica che queste siano automaticamente false.

Alcuni hanno anche pensato a una “rivelazione progressiva” (che continuerebbe anche oggi), per cui anche se Gesù non fosse stato consapevole di essere Dio (come risulterebbe dalla ricostruzione “pretesa” storica della sua azione) Egli avrebbe potuto esserlo ugualmente (nel senso che noi potremmo riconoscergli a posteriori, legittimamente, questa “natura”)