Implicazioni dell’infinità dell’universo

In Niccolò Cusano (LP1; § 6, § 8-9) e in Giordano Bruno (LP10, § 2) la dottrina dell’infinità dell’universo ha anche implicazioni filosofiche che eccedono ampiamente il solo ambito astronomico e scientifico, contribuendo a caratterizzare, come già accennato nel modulo precedente la prospettiva filosofica inaugurata dal Rinascimento, continuata in età barocca, e propria della civiltà moderna.

Se l’universo è infinito, infatti, – argomenta Cusano – Dio non è “al di sopra” dei cieli, ma ovunque (come una sfera di raggio infinito, la cui circonferenza e il cui centro coincidono e sono ovunque), così come ogni “parte” dell’universo, essendo a sua volta infinita (se divido l’infinito in parti ottengo sempre “infinito”), è contenuta in ogni altra.

Ciò ha una serie di conseguenze.

Innanzitutto “fonda” e giustifica magia e astrologia (a cui si dedicò ad esempio lo stesso Bruno), poiché implica che ogni punto del cosmo sia in rapporto con ogni altro secondo relazioni di simpatia e antipatia (per cui, ad esempio, certe configurazioni astrali potrebbero “influenzare” certi eventi terrestri o certe azioni compiute in un certo luogo in un certo modo potrebbero “magicamente” influenzarne altre).

  • LP6, §§ 1-8

Sebbene tutto ciò sia considerato oggi pseudoscientifico, non bisogna dimenticare che i principali protagonisti della rivoluzione scientifica si dedicavano a stilare oroscopi per principi e alti prelati (e alcuni di loro verosimilmente credevano anche davvero nell’astrologia e nella magia, come Bruno); inoltre la dottrina magico-astrologica della simpatia cosmica è alla radice, se ci riflettiamo, della stessa dottrina di Newton della gravitazione universale (secondo la quale ogni particella di materia dell’universo è legata ad ogni altra da una forza di attrazione reciproca proporzionale alle rispettive masse e inversamente proporzionale al quadrato delle rispettive distanze) e, più in generale, delle moderne teorie dei “campi” (gravitazionale, elettromagnetico ecc.).

Inoltre, se ogni cosa è contenuta in ogni altra e Dio è in ogni cosa, in ciascuno di noi c’è Dio, noi stessi lo “siamo”, in un certo senso, e quando operiamo (cfr. LP10, § 4-5, l’esaltazione dell’operosità umana in Bruno e la sua critica al cristianesimo biblico e al principio di autorità) o conosciamo potremmo non essere da meno di Lui (antropocentrismo rinascimentale, centralità del “soggetto” nella filosofia moderna).

Infine, la stessa Natura ne risulta “neopaganamente” divinizzata: amare la Natura è amare Dio, conoscerla è conoscere Dio. Di qui il “naturalismo mistico” di Giordano Bruno (cfr. LP10, § 3; §§ 7-8), che implicava l’animazione universale (tutto è vivo e divino, come per i pre-socratici), la (tendenziale) identità di amore carnale e amore spirituale, la vita extraterrestre e una serie di dottrine, ben oltrel’eliocentrismo copernicano, ricondotte alla “filosofia perenne” (risalente, come sappiamo, a Ermes Trismegisto, Zoroastro ecc.), che fruttarono a Bruno la condanna a morte per eresia (Fp.75).

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