Presupposti filosofici della cultura rinascimentale

Per comprendere a fondo le implicazioni della nozione di “infinito”, non solo in campo scientifico, ma più in generale filosofico e culturale, occorre fare un passo indietro e mostrare come l’intuizione dell’infinità del cosmo possa essere considerata, implicitamente, alla radice non solo della rivoluzione scientifica propriamente detta, ma della civiltà rinascimentale italiana, che ne costituisce, per certi versi, il presupposto culturale.

La “scoperta” fondamentale del Rinascimento può, forse, essere espressa come il riconoscimento che il Principio o Dio, essendo ovunque e in nessun luogo (come sostiene ai primi del Quattrocento il cardinale Niccolò Cusano), è anche in ciascuno di noi, è ciascuno di noi e ciascuno di noi è il Principio. “Conoscere se stessi” è “conoscere il Principio” e viceversa.

cerchio_infinitoCome Dio è al di là di ogni possibile definizione, così anche l’uomo è privo di una sua determinata essenza, al punto che, in questo simile a un dio, è e diviene ciò che decide di essere (homo faber fortunae suae). Entrambi, Dio e uomo, condividono, infatti, una libertà che è negata perfino agli angeli (“condannati” a un’eterna bontà). Rotti gli schemi rigidi e definitori del Medioevo (di matrice aristotelica), chiuso in un “mondo finito”, il Rinascimento (fondamentalmente neoplatonico), alla luce dei paradossi dell’infinito (che approfondiremo nel prossimo modulo), rende concepibili tutto e il contrario di tutto: il misticismo e la ricerca del piacere terreno, la ricerca interiore e le nuove scoperte geografiche.

Sotto questo profilo la differenza tra Medioevo e Rinascimento, almeno dal punto di vista filosofico, non consiste tanto, come spesso si sostiene, nel fatto che il Medioevo sarebbe “religioso” e il Rinascimento più incline a valorizzare la dimensione terrena, naturalistica, materiale ecc., quanto nel fatto che nel Medioevo tutti gli aspetti della vita e la stessa natura dell’uomo sono rigidamente determinati e inquadrati in una concezione statica del cosmo, mentre nel Rinascimento l’uomo si scopre libero di scegliere il proprio destino, in modo dinamico, in un universo senza confini (sotto questo profilo, dunque, può anche scegliere di inclinare verso la natura piuttosto che verso Dio, ma non è certo obbligato a farlo, come dimostra l’inclinazione mistica del neoplatonismo di Ficino e Pico).

Questa “deificazione” dell’uomo prepara la tipica “arroganza” antropo-centrica (che fa dell’uomo – del soggetto, piuttosto che dell’oggetto della conoscenza  – il centro di tutto) dell’età moderna, caratterizzata dall’affermazione del dominio dell’uomo sulla natura (e dell’Occidente sul resto del mondo) e dalla progressiva esclusione di Dio e del divino. Ma, mentre nell’età moderna, in particolare, come vedremo, nel caso della scienza della natura, si privilegia, appunto, il lato pragmatico, strumentale e manipolativo dell’intelligenza, nel Rinascimento questo lato strumentale (espresso per esempio dal pensiero di Machiavelli) non esclude quello contemplativo e mistico (espresso da Cusano, Pico e Ficino); l’umano non esclude il divino.