La nuova nozione di “idea” in Cartesio

L’idea, a differenza che per Platone, è per Cartesio (e da Cartesio in poi) ciò che è per noi oggi: un’immagine della mente, cioè un concetto.

Niente di strano: poiché il “principio” della conoscenza, se non dell’essere, siamo noi stessi (già Galileo aveva paragonato il grado di evidenza a cui la mente umana può pervenire a quello a cui perviene la stessa mente di Dio), quelle idee che i neoplatonici immaginavano “abitare” nell’intelligenza divina (la seconda ipostasi di Plotino, dopo l’Uno o il Principio assoluto) secondo Cartesio “abitano” la nostra mente.

pinealeCartesio distingue tra

  • Idee innate: di ragione, legate alle regole logiche e geometriche;
  • Idee avventizie: di esperienza;
  • Idee fattizie: di immaginazione, fantasia.

Di queste idee solo le innate hanno i caratteri dell’evidenza (originaria, o conseguita per dimostrazione) che permette di fondarvi il sapere, soprattutto una volta che si sia dissipato il dubbio iperbolico.

Come sappiamo, l’integrazione di evidenza e procedimento razionale (analisi e sintesi), come criterio della conoscenza, rappresenta un superamento della critica scettica di ogni conoscenza possibile (tropi di Agrippa). Infatti, il regresso all’infinito nella catena della dimostrazioni, denunciato dagli scettici, appare interrotto all’altezza degli assiomi autoevidenti dai quali tutto può essere dedotto ma che, in quanto evidenti, non hanno bisogno di essere dedotti da nient’altro. Il criterio dell’evidenza consente di evitare anche di passare attraverso le dimostrazioni per assurdo e le loro aporie.

L’evidenza di cui si parla è, tuttavia, razionale, non empirica, altrimenti sarebbe soggetta alla variazione e all’errore (non sfuggirebbe al dubbio metodico). Essa corrisponde alle idee innate, le uniche di cui Dio garantisce la veridicità. Esse non solo “salvano i fenomeni”, ma ci fanno conoscere la realtà stessa dietro le apparenze. Tale realtà è costituita dalle qualità primarie o oggettive dei corpi (le grandezze fisico-matematiche fondamentali, come spazio, tempo, peso e le loro combinazioni), di cui quelle secondarie o soggettive (empiriche, apparenti) sono derivate (p.e. colore, suono, odore ecc.).

Cartesio può quindi sviluppare il suo nuovo metodo scientifico su basi soggettivistiche. Ciò che mi appare evidente – o risultato della combinazione (composizione) matematica di verità evidenti – è vero, ossia non solo è coerente ai miei occhi (nella mia mente), ma corrisponde punto per punto a qualcosa di reale in natura (altrimenti Dio mi avrebbe fornito di una ragione ingannevole, il che è assurdo). Con ciò Cartesio giustifica la trasformazione tipicamente moderna di quelle che per i Greci erano semplici ipotesi in principi (auto-evidenti) sui quali fondare il solido edificio della nuova scienza (principio di inerzia, principio della conservazione della quantità di moto, principio di conservazione della materia ecc.). Per ritornare a un approccio più critico alla scienza occorre attendere l’epistemologia (filosofia della scienza) del Novecento.

Tuttavia il dubbio iperbolico non è stato introdotto invano. In ultima analisi ciò che conosciamo (tanto per i razionalisti, come Cartesio e Leibniz, quanto per gli empiristi) è solo un’immagine nella nostra mente (o, se siamo materialisti, nel cervello). Chi ci garantisce che la realtà vi corrisponda? Fino a che punto vi corrisponde?

Secondo Cartesio non vi è alcuna necessità che le nostre idee avventizie corrispondano alle cose esterne reali: esse sono mediate dai nostri sensi e ci restituiscono le cose “mescolate” con qualità soggettive o secondarie (colori, suoni, sapori ecc.) legate al modo in cui percepiamo la realtà (diverso da persona a persona e, soprattutto, tra uomini e altri animali).

Cartesio scommette sulla verosimiglianza delle idee innate, che, non derivate dall’esperienza, ci restituirebbero le qualità oggettive o primarie (le grandezze fisiche fondamentali che attribuiamo ai corpi estesi, come volume, densità, velocità ecc.), si distinguono per la loro evidenza e di cui Dio ci garantirebbe la veridicità (in Leibniz la garanzia di tali idee, che egli denomina “verità di ragione”, proviene dal principio di non contraddizione).

E i razionalisti si sbagliassero? L’empirismo radicale di Hume, come vedremo, metterà in discussione tale certezza, consegnandoci a un soggettivismo senza (apparente) uscita.

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