La soluzione di Leibniz del problema del libero arbitrio

Come risolve Leibniz, in questo contesto, la questione che ci sta a cuore, ossia quella del libero arbitrio?

Partiamo dalla constatazione – ci suggerisce Leibniz – che esistono due ordini di verità: le verità di fatto e le verità di ragione.

Le verità di ragione sono assolutamente necessarie e possono essere ricondotte al principio di non contraddizione, in quanto la loro negazione è contraddittoria, mentre le verità di fatto si riferiscono a fatti che si verificano solo se ce n’è una ragione sufficiente, ma non sono strettamente necessarie; si dicono, pertanto, contingenti (dal latino “contingere” = “toccare in sorte”, “accadere”).

I principi fondamentali della scienza, per essere universalmente e necessariamente veri (altrimenti la scienza sarebbe solo “opinione”), devono essere verità di ragione. Osserviamo che Leibniz, qui, per fondare la verità della scienza, abbandona il criterio dell’evidenza, che aveva consentito a Cartesio di “bloccare” il regresso all’infinito nelle dimostrazioni paventato dagli scettici antichi, e ritorna al criterio della “dimostrazione per assurdo” (è vero ciò la cui negazione implica contraddizione). Naturalmente Leibniz ignora la possibilità che possano darsi antinomie e considera, come tutti gli scienziati della prima età moderna, le principali ipotesi scientifiche (p.e. quella dell’impenetrabilità della materia) come veri e propri principi logici ossia leggi fondate sul principio di non contraddizione.

Altro discorso per le singole misurazioni del valore di queste “leggi di natura” nei diversi casi.

Così se la legge di gravitazione di Newton deve essere una verità di ragione, il valore che assume la forza di gravità al livello del mare può essere conosciuto solo empiricamente. Ma è proprio perché dispongo (razionalmente) della legge universale che posso calcolarmi, ad esempio, la massa complessiva della Terra sulla base dell’accelerazione di gravità che registro empiricamente!

Le proposizioni che illustrano una verità di ragione presentano il predicato incluso nel soggetto (un giudizio analitico, nella denominazione di Kant), mentre le proposizioni che illustrano le verità di fatto presentano il predicato indipendente dal soggetto (un giudizio sintetico).

Esempio di verità di ragione: il triangolo equilatero (soggetto) è equiangolo (predicato). La negazione di questa verità implicherebbe contraddizione. Il predicato è incluso nel soggetto (nessun triangolo equilatero potrebbe non essere anche equiangolo).

Esempio di verità di fatto: questo triangolo equilatero (soggetto) è rosso (predicato). La negazione di questa verità non implica contraddizione. Essa, se effettiva, dipenderà da una x ragion sufficiente (la causa dell’esser rosso di questo triangolo). Il predicato non è incluso nel soggetto (un triangolo equilatero potrebbe anche non essere rosso).

N.B. In realtà quelle che per noi sono verità di fatto, perché il loro contrario non sembra implicare contraddizione (p.e. “Cesare varcò il Rubicone”), in Dio, che conosce gli infiniti predicati di ogni individuo (p.e. tutto quello che Cesare fu, è o sarà) e, quindi, anche le infinite ragioni delle sue azioni sono verità di ragione (chi non avesse varcato il Rubicone non sarebbe stato quel Cesare…).

Quest’ultima considerazione sembra inficiare la nozione di libero arbitrio che, invece, Leibniz difende. Secondo Leibniz, come per i classici del pensiero cristiano (Agostino, Tommaso ecc.), il libero arbitrio è salvo: la ragione sufficiente inclina, ma non determina, mentre la prescienza di Dio (il fatto che Egli conosca gli eventi prima che si verifichino) non implica la predestinazione (perché Egli prevede ciò che io farò liberamente, non ciò che io farò perché costretto da Lui o da altri).

Consideriamo poi quanto segue. Quando compio una qualsiasi azione, implicitamente faccio una scelta all’interno di una serie di azioni possibili (ossia tutte quelle che posso compiere senza contraddizione). La ragion sufficiente che mi porta a scegliere un’azione rispetto a un’altra non è deducibile allo stesso modo della tesi di un teorema (che si ricava dall’ipotesi attraverso un numero finito di passaggi). Infatti la mia scelta dipende da un numero infinito di circostanze (da un numero infinito di scelte precedenti che risalgono, per così dire, all’origine dell’universo). In questo la mia azione è prevedibile solo ad opera di una mente infinita, ma, di fatto, è libera (poiché in me, per così dire, in quanto monade, si ricapitola da un certo particolare punto di vista tutto l’universo e io godo, un certo senso, ad ogni mia scelta, della stessa libertà di Dio quando ha scelto questo universo come il migliore possibile).

Più semplicemente possiamo dire che, quando agisco in un determinato modo, devo bensì avere una ragione (sufficiente) per agire così (altrimenti non agirei in questo modo), ma questo mio agire non è strettamente necessario, in quanto non sarebbe contradditorio per me agire diversamente. La mia azione non è necessaria, nel senso che non mi sarebbe logicamente impossibile agire diversamente.

In questo modo Leibniz riesce con grande fantasia a conciliare meccanicismo e libertà supponendo quanto segue. Noi siamo bensì liberi di fare le nostre scelte, ma, una volta che le abbiamo fatte, queste non possono più essere cambiate. Ora, se ammettiamo che Dio sappia in anticipo tutte le scelte che faremmo in tutti i mondi possibili, egli non fa altro che scegliere a sua volta e “creare” quello tra i mondi possibili che egli considera “migliore”, ossia nel quale abbiamo agito nel modo in cui decidiamo liberamente di agire.

  • L47, §§ 1-3, § 5
  • L48, §§ 1-6, Fp233
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