Arthur Schopenhauer

schopenhauerLa filosofia di Schopenhauer prende le mosse da quella di Platone e da quella di Kant, riconsiderati alla luce di suggestioni hindu e buddistiche.

Il mondo appare a Schopenhauer come rappresentazione, ma nel senso di inganno, “velo di Maya”. Noi conosciamo solo i fenomeni, come dimostra Kant, non la cosa in sé che si nasconde dietro la loro superficie.

Schopenhauer “legge” i fenomeni alla luce delle conquiste della scienza (vive nell’Ottocento e, quindi, ha una concezione deterministica e meccanicistica, risalente a Cartesio, della Natura, così come appare, dominata dalla causalità o principio di ragion sufficiente), ma ritiene che dietro il “muro” della rappresentazione si nasconda la vera realtà (che non è affatto un mondo di liberi spiriti capaci di autodeterminazione morale, come postula Kant o crede chi ha fede).

Cfr. LP1

Il principio di ragion sufficiente, in particolare, a cui Schopenhauer riduce le 12 categorie attraverso le quali, secondo Kant, l’intelletto umano leggerebbe i fenomeni disposti nello spazio e nel tempo (anch’essi soggettivi), si articolerebbe secondo 4 radici: come causa in senso logico (premessa di un ragionamento), in senso matematico (p.e. addendi di una somma), in senso fisico (come causa meccanica), in senso morale (come ragione giustificativa di un comportamento). è importante ricordare che questo principio di causalità opera solo per quanto riguarda il mondo come rappresentazione. Questo significa, concretamente, che la ragioni che invochiamo per spiegare le nostre azioni riguardano solo la nostra rappresentazione, a posteriori, di tali ragioni, dunque è illusoria, “di comodo”, diretta a “mettera a coerenza” la nostra interpretazione del mondo (a cui serve la “scienza”) e di noi stessi. Le vere motivazioni restano “inconsce” e affondano le loro radici nel nostro istinto (di vita, cioè nella volontà di conservarci e riprodurci per poter continuare a desiderare).

Cfr. Fp28

Di questa realtà “inconscia”noi facciamo esperienza attraverso il nostro corpo. Avvertiamo, infatti, che il nostro corpo non è solo fenomeno, come gli oggetti fuori di noi, ma percepisce se stesso nelle forme del dolore e del piacere. Il corpo è dominato essenzialmente da una Volontà incoercibile (intesa come desiderio, appetito, non come volontà razionale), universale, essenzialmente priva di oggetto e mai paga.

Schopenhauer ritiene, come Leopardi, che la vita sia un pendolo che oscilla tra il dolore (per il mancato appagamento dei propri desideri) e la noia (che segua un appagamento in cui l’oggetto del desiderio si rivela, sempre di nuovo, nella sua insignificanza). A differenza di Leopardi, però, Schopenhauer non attribuisce questa condizione umana alla Natura quale noi la osserviamo (meccanicisticamente ordinata), bensì alla Volontà che si nasconde sotto la sua superficie, oscura, cieca e irrazionale, bramosa di vita.

Questa Volontà sarebbe l’origine delle infinte specie viventi, corrispondenti alla idee platoniche, concepite come eterne, in ciascuna delle quali la Volontà si oggettiverebbe allo scopo di trovare di che desiderare sempre di nuovo. Ciascuna specie, infatti, si ramifica in infiniti individui che nascono, si riproducono e muoiono allo scopo di consentire alla Volontà stessa di continuare a desiderare. In questa chiave l’amore, ad esempio, tra uomo e donna, che noi coloriamo dei colori più belli, sarebbe solo un inganno per permettere alla specie di riprodursi. Ottenuto il suo scopo, la specie-volontà può disinteressarsi degli individui che hanno cooperato alla sua protrazione, abbandonandoli alla dolorosa scoperta della natura illusoria ed effimera del sentimento che li univa.

Schopenhauer non crede, quindi, che nulla di ciò in cui l’umanità è portata a credere sia reale. Si tratta di illusioni. Di qui il suo nichilismo o pessimismo radicale.

Cfr. LP3

L’unica via di uscita che Schopenhauer sa suggerire è quella che consiste nell’applicare a se stessi tre possibili rimedi: l’arte, la compassione, l’ascesi. Solo quest’ultimo rimedio può condurre all’estinzione completa (nirvana) della Volontà, alla noluntas, attraverso un cammino apparentemente contraddittorio (paradossale) di “volontà di non volere”; ripiegando, cioè, accortamente la Volontà su se stessa e offrendole la propria negazione come oggetto sacrificale.

Cfr. LP4