Cenni sulle filosofie indiane

Prima di introdurre la filosofia di Arthur Schopenhauer, che, nei primi anni dell’Ottocento, è tra i primi autori europei a mostrare interesse per le elaborazioni filosofiche sviluppate in India (altri autori coevi sono i fratelli Schlegel, fondatori del romanticismo, Schelling ecc., a cui seguiranno ripetuti “ritorni di fiamma” per la cultura indiana, come quella degli anni Sessanta del Novecento, legata al movimento hippy ecc.). può essere utile qualche cenno sulle filosofie indiane che spesso noi tendiamo a confondere tra loro.

Un errore in cui spesso si cade (in cui in parte è caduto lo stesso Schopenhauer) è quello che consiste nel contrapporre genericamente le “filosofie orientali” alla “filosofia occidentale”. Dal punto di vista strettamente terminologico si può parlare di “filosofia” solo in riferimento alla filosofia cosiddetta “occidentale” (in altre parole: quella che si studia a scuola), perché il termine nasce nell’antica Grecia e viene poi usato soltanto in Europa e, dopo la scoperta dell’America, in Occidente. Tuttavia i “sistemi di pensiero” (e di pratica) sviluppatisi altrove e, specialmente, in India possono rivendicare un certo grado di “filosoficità” nella misura in cui presentano più o meno forti analogie con quello che noi intendiamo per “filosofia”.
In particolare si possono registrare fortissime analogie tra la filosofia greca antica (ossia la “filosofia” in senso forte ed etimologico) e alcune pratiche ancora diffuse in ambito hindu e buddhista [1]. Se, infatti, ricordiamo che la filosofia antica non consisteva solo in sistemi di pensiero, ma si traduceva sempre anche in uno stile di vita conseguente, nutrito di esercizi di varia natura (come le pratiche caratteristiche delle diverse scuole epicurea, stoica, neoplatonica ecc. che andavano dall’esame di coscienza alla concentrazione sul presente ecc.), tale filosofia non aveva nulla da invidiare a certe pratiche diffusa ancor oggi in India. Gli stessi sistemi di pensiero greci e indiani, come vedremo subito, presentano forti somiglianze. In generale, ciò che contraddistingue la filosofia in senso antico e le “filosofie” specialmente di origine indiana è l’idea guida che ci si “salva” (si consegue la beatitudine e la liberazione dalla sofferenza) soprattutto attraverso la conoscenza (in sanscrito jnana, corrispondente al greco gnosis), in particolare la conoscenza di se stessi, piuttosto che attraverso l’obbedienza a certe regole o alla fede in certe divinità, per quanto anche questi atteggiamenti possano giovare [2].

convergenze-spiritualiCome si spiegano queste analogie? Le possibili spiegazioni si riducono a tre fondamentali:

  • gli esseri umani, a qualsiasi cultura appartengono, poiché assomigliano gli uni agli altri sono destinati a pervenire prima o poi alle stesse conclusioni filosofiche ed esistenziali (o perché la loro mente è simile oppure perché la verità raggiunta è la medesima per tutti e, quindi, può essere conseguita attraverso qualsiasi “via spirituale”, vedi “ruota” soprastante)
  • coloro che parlano lingue di origine indoeuropea (come i popoli europei e gli indiani, non però i popoli dell’estremo oriente, come i Cinesi e i Giapponesi e neppure le culture di matrice semitica come quelle da cui sono scaturite le grandi “religioni del libro”: ebraismo, cristianesimo, islam) sono indotti a sviluppare ragionamenti simili poiché le fondamentali categorie logiche di cui si valgono hanno una comune matrice linguistica (un ruolo importante, ad esempio, lo svolgerebbe la struttura soggetto-predicato o la disponibilità di un verbo come il verbo “essere” o ancora l’importanza di verbi che associano la conoscenza piuttosto alla “visione” che all’ascolto)
  • intorno al 700 a.C. (epoca “assiale” nella terminologia del filosofo assialedel Novecento Karl Jaspers) si sono avuti contatti commerciali tra le diverse culture dell’Eurasia che hanno consentito nel giro di pochi decenni il sorgere di diversi fenomeni culturali in qualche modo affini come: in Grecia il sorgere della filosofia; in Iran la predicazione del riformatore religioso Zarathustra (o Zoroastro), propagatore di una visione del mondo a sfondo etico e dualistico (che può ricordare il platonismo e che ha influenzato il tardo ebraismo, il cristianesimo delle origini, il manicheismo, e diverse sette gnostiche dei primi secoli dell’era cristiana); in India la stesura delle prime Upanishad, interpretazioni allegoriche dei testi sacri hindu (i Veda, che risalgono secondo alcuni al 1500 a. C. circa, ossia poco dopo l’inizio delle migrazioni degli Indoeuropei) in senso decisamente filosofico (una “filosofia” che sarebbe stata poi sviluppata dai 6 sistemi filosofici hindu o dàrśana intorno ai primi secoli dell’era cristiana); nell’India orientale la predicazione del Buddha; in Cina gli insegnamenti di Lao-Tze, il fondatore del taoismo

Per restare in ambito indiano una prima differenza fondamentale è quella tra due “religioni”, sorte in India, matrici di diverse filosofie: induismo e buddhismo:

  • l’induismo filosofico crede che dietro l’apparenza dei fenomeni (il “velo di Maya” del Vedanta) siinduismoceli la vera realtà, variamente denominata (divinità impersonale, Brahman, Atman oppure dio personale, Krishna, Vishnu ecc. nelle prospettive teistiche, religiose), e fonda la sua credenza nei Veda, considerati testi eterni e sacri;
  • il buddhismo si fonda sulla predicazione del Buddha (V sec. a. C.buddha ca.), nega valore alla tradizione religiosa e ai Veda, non crede che dietro i fenomeni si nasconda alcuna effettiva realtà ultima e, quindi, suggerisce semplicemente il nirvana (estinzione dei desideri, superamento dell’io) come soluzione finale al problema del dolore e dell’insoddisfazione mondana (dukkha).

Per approfondire il buddhismo
L’induismo filosofico (da distinguersi dalla religione popolare, in cui oggi dominano forme di devozione a dèi personali come appunto Vishnu, Shiva ecc.) si articola poi, tradizionalmente, in 6 dàrśana o punti di vista:

  • vedantaVedanta [monismo assoluto, paragonabile al neoplatonismo:
    ciascuno di noi è il Brahman e può solo riconoscerlo, improvvisamente, senza mediazione alcuna, “ayam atma brahman” = “Io sono Dio” o tatvam asi = “questo sei tu”; massimo filosofo Śankara, V sec. d. C.]
  • Mimamsa [ritualismo: si salva chi compie i riti brahmanici secondo la tradizione, “se il sacerdote non compisse il sacrificio, il Sole non sorgerebbe”]
  • Samkhya [dualismo, paragonabile al dualismo platonico o cartesiano: dobbiamo liberarci a poco a poco dalla prakrti, o materia, caratterizzata dai 3 guna, o qualità, (tamas, grossolana, rajas, sottile, sattva, pura, corrispondenti alle tre anime di Platone, dalla più bassa alla più elevata) per tornare ad essere puro spirito, puruśa]
  • yogaYoga [la via pratica, consistente in una serie di esercizi, da quelli corporei (hatha yoga, quello noto in Occidente) a quelli mentali (raja yoga, lo yoga regale), per realizzare la liberazione prevista dal samkhya; massimo filosofo, Patanjali, III sec. d. C.?]
  • Nyaya [logicismo, paragonabile all’aristotelismo: la salvezza si consegue attraverso il retto ragionamento]
  • Vaiseśika [atomismo, paragonabile all’atomismo greco di Democratico ed Epicuro, spesso unificato con il precedente: la realtà è materiale e fatta di atomi]

Per approfondire

In tutte le prospettive hindu e anche in quelle di matrice buddhistica un ruolo fondamentale è assolto dal karma o azione, intesa come causa-effetto del destino della nostra anima individuale (o jiva, da distinguersi dal Sé o atman universale). A seconda di come si agisce si sarà destinati a questa o quella reincarnazione (cfr. l’analoga dottrina orfica e pitagorica della metempsicosi) oppure, se si estingue il proprio karma, ossia si neutralizzano gli effetti delle proprie azioni, si ottiene la liberazione (mokśa, mukti) dalla catena delle reincarnazioni (samsara).

arjuna
Krishna illustra ad Arjuna la dottrina del “non attaccamento” agli effetti delle proprie azioni

In generale si salva chi non si attacca al frutto delle proprie azioni, cioè chi non ne dipende (secondo l’insegnamento della Bhagavad Gita, testo fondamentale per tutto l’induismo tratto dal poema Mahabharata, cfr. l’esaltazione del “dovere per il dovere” nello stoicismo e in Kant). Ciascuno dei diversi dàrśana può essere anche considerato come un modo diverso di conseguire il “non attaccamento” alle seduzioni dei sensi.

[1] Questo significa che in India si possono ancora incontrare, sia pure con difficoltà, figure di “saggi” che possono vagamente ricordare gli antichi filosofi, come Diogene o Socrate, mentre in Occidente per incontrare figure simili occorre andarli a cercare probabilmente tra monaci e monache, ossia in un ambito francamente religioso.

[2] La ragione per cui in India si trovano ancora forme di pratica molto antiche (legate anche a una religione a sfondo politeistico), mentre queste in Occidente sono scomparse, è legata appunto al trionfo in Europa delle religioni del Libro, per noi soprattutto il cristianesimo, che valorizzano “virtù” necessarie alla salvezza e alla felicità meno legate alla conoscenza di se stessi e più ad atteggiamenti diversi (non per questo meno nobili): come l’amore e la fede.

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