La filosofia di Heidegger

LP72, §§ 3-6; LP73, §§1-7

Heidegger “nasce” allievo di Husserl, fenomenologo. In Essere e tempo (1927), tuttavia, la sua opera fondamentale, Heidegger, pur rendendo omaggio al maestro, se ne allontana in diversi modi.

Per Heidegger l’epoché fenomenologica non permette di cogliere effettivamente l’essere dell’ente (cioè della “cosa”). Anche lo sguardo fenomenologico di Husserl (così come quello di tutta la filosofia occidentale da Platone in poi) è “parziale”. Infatti la filosofia, prima, e la scienza, poi, guardano alle cose come ad “oggetti”, “semplici presenze”, immobili davanti al soggetto. Ma le cose, prima che oggetti di conoscenza, sono “utilizzabili”, utensili, qualcosa che ha senso per ciascuno di noi in base all’uso che ne facciamo (anche in senso metaforico). Noi stessi, il “soggetto”, non siamo affatto qualcosa di separato dagli oggetti, non siamo riducibili a “coscienza” e basta. Piuttosto noi “ci siamo“, siamo un ente che c’è, un esserci, con una storia, il cui modo di essere fondamentale consiste nell’essere nel mondo. Questo nostro essere nel mondo non è solo un modo di essere “conoscitivo”, ma è anche affettivo, sensibile, operativo, manipolativo. Il nostro rapporto con le cose non è primariamente conoscitivo, “oggettivizzante”. Prima di tutto è una relazione di uso e di senso. Se il filosofo fa epoché da questa condizione iniziale si allontana dalla realtà, che vorrebbe invece afferrare, compiendo lo stesso “errore” dello scienziato.

“Innanzitutto e per lo più” siamo gettati in un mondo che non abbiamo scelto, preda del “senso comune”, di quello che Heidegger chiama il “si” (del “si fa”, “si dice”, ecc.), ossia della condizione inautentica. Il filosofo, che pure miri a emanciparsi da questa condizione per conseguire una condizione autentica, non può però partire dall’epoché, ma deve partire dalla condizione che condivide con gli altri “con-esserci”, condizione piena di pregiudizi e di condizionamenti, ma anche l’unica concreta, reale. Tale condizione, prima che da presupposti di tipo conoscitivo, è caratterizzata da una precomprensione in senso generale del mondo che circonda ciascuno di noi (una “visione ambientale preveggente”), diversa a seconda della “cultura” di ciascuno e delle condizioni di vita (dal contesto).

Secondo Heidegger l’esperienza degli altri e delle cose porta chi non si lascia vincere dal “si” e dalla condizione di inautenticità a una progressiva, ma inesauribile comprensione degli altri, delle cose e di se stessi, dentro un movimento circolare di tipo interpretativo (circolo ermeneutico) che non conduce, tuttavia, mai all’intuizione husserliana dell’essenza.

Si potrebbe forse semplificare il discorso di Heidegger come segue: conduce una vita inautentica chi, così come dà significato alle cose a partire dall’uso che egli ne fa, si fa dare dagli altri un significato (come “professore”, “fotomodella”, “calciatore” ecc.) a partire dall’ “uso” che gli altri fanno di lui. Chi, viceversa, riesce a dare un significato irripetibile a se stesso, a partire dalla consapevolezza del suo “essere-per-la-morte”, non facendosi “usare” dagli altri, conduce una vita autentica.

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